
La nostra epoca è caratterizzata da repentini cambiamenti, testimoniati negli anni ‘80 dall’acronimo VUCA*, di cui tutti avremo sentito parlare, basato sull’incertezza e la complessità, ma dal 2020 siamo passati al BANI*. Perché? Perché il modello VUCA non riusciva più a rappresentare l’attuale realtà socioeconomica sempre più imprevedibile e spesso anche caotica e incomprensibile, così come è stata definita da Jamais Cascio, antropologo statunitense.
E in questo contesto socioeconomico così imprevedibile e caotico come reagiscono le donne?
Con le continue riorganizzazioni, ristrutturazioni e chiusure aziendali, ma anche i cambi di ruolo, i passaggi da un lavoro all’altro, il non ritrovarsi in quello che stanno facendo, perché non corrisponde a quello che avrebbero voluto fare o, infine, inseguire un proprio sogno, le donne con cui ho lavorato hanno reagito con la paura di non farcela, non essere abbastanza, del giudizio e in alcuni casi con una crisi di identità forte.
Che cosa porta le donne ad affrontare un cambiamento professionale con la paura di non farcela?
Le convinzioni, costruite nel tempo, dall’infanzia all’età adulta, sono un insieme di frasi dette da altri: genitori, insegnanti, amici e stereotipi culturali, difficili da estirpare.
È stato detto loro che “non sono brave in matematica”, “devono fare lavori che gli permettono di avere tempo per la famiglia e la casa”, “in certi ambienti non ci possono entrare”, “l’ambizione, il successo e il potere al lavoro non rientrano nel loro DNA”, “sono più brave nelle relazioni e nella cura”, potrei andare avanti all’infinito.
Tutto questo peso diventa una zavorra insormontabile che induce loro a dover provare continuamente a loro stesse e agli altri di essere all’altezza della situazione, quindi studiano di più, fanno il doppio delle attività, addirittura più cose contemporaneamente per far vedere che sono all’altezza. Inoltre, in una fase di incertezza tipica di un cambio di carriera, voluto o non, questo fardello si traduce con una crisi di identità. Perché? In certe transizioni di carriera durante la fase dell’esplorazione non solo delle competenze che contraddistinguono le donne che seguo ma anche delle direzioni che decidono di perseguire, scopro che in realtà stanno svolgendo un lavoro che non hanno scelto, ma è frutto di quegli stereotipi che ho elencato prima. Le frasi tipiche che emergono durante le sessioni sono: “volevo fare X ma mi è stato detto di fare Y”, “sono sempre stata la brava bambina che studiava tanto e che prendeva bei voti e che ha seguito la strada che mia mamma/mio padre avrebbe voluto fare, ma oggi mi ritrovo a fare un lavoro che non sento mio”, “vorrei per la prima volta fare ciò che voglio e non ciò che devo”, situazioni che poi risultano difficili da superare soprattutto se affiorano in età avanzata.
Che cosa provocano le credenze limitanti in una fase di transizione di carriera?
Un grande scoramento e sconforto che purtroppo non sempre si è in grado di gestire, perché si scopre che si è troppo senior per poter cambiare, ci vuole troppo tempo oppure troppa formazione per passare da un profilo all’altro, tutto quello che è stato fatto e costruito non serve più, i curriculum non lineari non sempre vengono visti di buon grado, manca l’esperienza per proporsi anche se si è tanto motivati, la ricerca del lavoro è diventato un lavoro che porta via tanta energia e difficilmente si ottengono le risposte desiderate sia nel bene sia nel male. Purtroppo, vedo troppe donne che fanno fatica a riposizionarsi, come se non ci fosse più spazio per loro, nonostante siano competenti e determinate.
Come il coaching può aiutare le donne in un momento di scoramento durante le fasi di cambio carriera?
Il coaching non ha la bacchetta magica, quello che può fare è aiutare a esplorare e cambiare punto di vista, ponendo tante domande, non con l’intento di scavare, ma per ampliare le prospettive, ridimensionare le credenze, una ad esempio potrebbe essere: quanto di quello che credi ti stia bloccando è davvero reale e quanto è una storia che ti stai raccontando o ti hanno raccontato? La risposta diventa un punto da cui si può iniziare a cambiare qualcosa.
In una fase di transizione, la prima cosa che si perde è la chiarezza: si è così immerse nel problema da non riuscire più a vedere le proprie risorse. Il coaching crea uno spazio protetto in cui tornare a guardare se stesse con occhi diversi, senza giudizio e senza la pressione del risultato immediato, portando a riflettere che tutto quello che è stato appreso e costruito finora non è da buttare via, ma anzi un prezioso tesoro da cui attingere.
Sicuramente non ha il potere di risolvere i problemi al posto dell’altra persona, ma aiuta a vedere soluzioni che da sole, in quel momento, non si riescono a individuare. Concretamente, può aiutare a fare chiarezza su cosa si vuole ed è importante davvero, non solo su cosa si sa fare, e su chi si vuole diventare, a distinguere le credenze limitanti dai fatti reali, a ricostruire la fiducia in se stesse anche quando il mercato del lavoro non restituisce le risposte desiderate. Perché una delle cose più logoranti della ricerca di lavoro prolungata è iniziare a dubitare di competenze che prima erano date per scontate, come abbiamo visto prima.
Il coaching lavora anche sulla narrazione, cioè quello che si racconta agli altri, ma soprattutto ciò che si racconta a se stesse. Un curriculum non lineare non deve essere visto come un limite, perché può essere letto in modo diverso, come una storia di adattamento, curiosità, evoluzione personale e resilienza. Una domanda utile per far uscire la propria identità professionale potrebbe essere: Se dovessi descrivere chi sei professionalmente senza usare il titolo del tuo ultimo ruolo, cosa diresti?
Mentre per andare oltre e aprirsi al cambiamento, una potrebbe essere: Se potessi immaginare la tua prossima versione professionale senza vincoli, quale sarebbe? Una domanda per dare speranza e iniziare a muoversi verso qualcosa di meglio e poter ricominciare.
Autore Laura Cianci
Note
*(Volatility/Volatilità, Uncertainty/Inertezza, Complexity/Complessità, Ambiguity/Ambiguità)
*(Brittle/Fragile, Anxious/Ansioso, Non-linear/e, Incomprehensible/Incomprensibile)
