Dal concetto di ri-abilitazione all’abilitazione: un nuovo approccio per l’inclusione delle persone svantaggiate

Nel linguaggio comune, il termine “ri-abilitazione” richiama l’idea di recuperare abilità o capacità perdute. Tuttavia, quando si parla di persone svantaggiate, non si tratta di una perdita, bensì di una mancanza: una condizione in cui l’individuo non ha mai acquisito le competenze o le risorse necessarie per integrarsi pienamente nella società. È qui che entra in gioco il concetto di “abilitazione,” un termine che, come definito dal vocabolario Zanichelli, significa “rendere abile, adatto a…”.

Questo processo di abilitazione è fondamentale per creare opportunità reali di inclusione, e il suo successo dipende dall’azione congiunta di diversi attori: la famiglia, la scuola, le istituzioni educative e il mondo del lavoro. Solo una rete solida e ben strutturata può garantire un servizio di orientamento efficace per le persone svantaggiate, evitando che si riduca a un semplice elenco di informazioni o a un rimando ad altri servizi isolati e privi di un progetto condiviso. Al contrario, un orientamento realmente inclusivo deve favorire la mediazione tra la domanda e l’offerta di lavoro, offrendo opportunità di orientamento, formazione e inserimento lavorativo.

Cambiare il paradigma dell’inclusione sociale

Affrontare il tema dell’inclusione sociale delle persone svantaggiate richiede un cambiamento radicale di paradigma. È necessario agire su più livelli, abbandonando la prospettiva che vede l’inclusione come un intervento individuale e isolato. L’inclusione deve invece essere concepita come un processo complesso e sincronico, che coinvolge una molteplicità di attori e prospettive. Questo approccio sistemico è particolarmente rilevante per coloro che, a causa di disabilità, dipendenze o esperienze di detenzione, si trovano in una condizione di marginalizzazione sociale.

Le persone che vivono l’esclusione spesso si allontanano dai servizi territoriali, percepiti come inaccessibili o inefficaci. Per contrastare questo fenomeno, è essenziale offrire loro un orientamento che sia realmente di supporto, che non si limiti a fornire informazioni, ma che sia capace di promuovere un cambiamento concreto nella loro condizione. In tal senso, l’inclusione non può riguardare solo l’individuo, ma deve anche agire sui meccanismi di pregiudizio e discriminazione sociale, che spesso ostacolano il reinserimento.

Coinvolgere le aziende nel processo di inclusione

Un ruolo fondamentale nell’inclusione delle persone svantaggiate spetta anche alle aziende. Spesso le aziende vedono l’inserimento di persone con disabilità o svantaggi come un obbligo legale o una concessione, mantenendo un ruolo passivo. Tuttavia, coinvolgere attivamente le imprese nel processo di inclusione, ad esempio mediante la raccolta di dati e la condivisione di informazioni sulle sfide che affrontano, può trasformarle in veri e propri soggetti sociali, impegnati nel supporto e nell’integrazione.

Per esempio, le aziende potrebbero contribuire segnalando le difficoltà incontrate nell’inserire una persona con handicap e suggerendo soluzioni pratiche per la gestione di questi lavoratori. Così facendo, non solo supererebbero un ruolo passivo, ma diventerebbero protagoniste di progetti di reinserimento, contribuendo alla costruzione di una società inclusiva. Questo tipo di collaborazione potrebbe ridurre i pregiudizi e stimolare una maggiore comprensione delle esigenze delle persone svantaggiate, favorendo così l’integrazione sociale e professionale.

La legge 68/99: un punto di partenza, ma non una soluzione

In Italia, la legge 68/99 rappresenta un passo importante per il reinserimento lavorativo delle persone con disabilità e svantaggi, promuovendo il collocamento mirato. Tuttavia, è evidente che questa normativa, seppur fondamentale, non è sufficiente a risolvere il problema. Esistono ancora numerose barriere culturali, sociali e strutturali che limitano l’efficacia di questi programmi di inclusione. Il cambiamento reale richiede una maggiore sensibilizzazione della società e delle istituzioni, oltre che un rafforzamento delle reti di supporto che coinvolgano attivamente tutte le parti interessate.

Un orientamento inclusivo e una rete di supporto efficiente

L’inclusione delle persone svantaggiate non può limitarsi a un approccio frammentato e episodico. È fondamentale costruire una rete di supporto che integri i vari servizi e li coordini all’interno di un progetto condiviso, capace di adattarsi alle specifiche esigenze di ogni individuo. Il Registro Nazionale Orientatori® (RENO), promosso da Leonardo Evangelista, rappresenta un importante passo in questa direzione, offrendo agli orientatori professionisti uno spazio di formazione e supporto per migliorare le competenze necessarie a un orientamento inclusivo e mirato.

Per rendere il servizio di orientamento un vero strumento di inclusione, è necessario che questo operi in rete, lavorando in sinergia con le famiglie, le istituzioni educative e le aziende. L’obiettivo non deve essere solo quello di inserire le persone svantaggiate nel mercato del lavoro, ma anche di promuovere un cambiamento culturale e sociale che renda la società più equa e accogliente per tutti.

Conclusione: verso un futuro di inclusione

Il cammino verso un’inclusione completa delle persone svantaggiate è ancora lungo e pieno di sfide. Tuttavia, attraverso un approccio basato sull’abilitazione, l’integrazione delle OER e un orientamento basato sulla rete, è possibile costruire una società più giusta. Solo con la collaborazione di tutti gli attori sociali, dal singolo individuo alle grandi aziende, si può sperare in un cambiamento reale e duraturo.

 

Autore Dott. Fabrizio Mangiucca membro del Comitato Direttivo del Registro Nazionale Orientatori® promosso da L. Evangelista

Puoi iscriverti gratuitamente se nell’ultimo triennio hai svolto almeno 800 ore di attività di orientamento retribuita.
È inoltre possibile l’iscrizione gratuita anche se ti sei formato o ti stai formando come Orientatore con ☆ Leonardo Evangelista ☆